Venerdì, 18 Novembre 2016 09:19

Il lavoro con le competenze: andare oltre?

 

 La collega Deborah Morgagni apriva il suo contributo alla newsletter del mese di ottobre con la convinzione che “le persone, per chi opera in un vero sistema competitivo globale orientato al futuro, costituiscano sempre più il vantaggio competitivo”. Parto da questa riflessione per proporre una visione che possa suggerire strade innovative, incisive ed efficaci per poter dare corpo ulteriore a questa convinzione, attraverso pratiche di gestione delle competenze, nelle organizzazioni, nella formazione e nell'apprendimento (non avviene solo in aula!) che possano valicare i limiti, spesso impliciti e inconsapevoli, che caratterizzano il lavoro con le competenze. 

Nelle organizzazioni avviene, momento per momento, lo scambio fra competenze delle persone e retribuzione. Ci si occupa molto del secondo degli oggetti dello scambio, la retribuzione, trascurando invece le competenze, che meriterebbero un'attenzione diversa. 

 

Uno sguardo sulle competenze. 

Ben nota è la rappresentazione delle competenze attraverso la metafora dell'iceberg: ciò che è osservabile nelle competenze si colloca nella sua parte emersa, una porzione fra il 10 e il 15% del suo volume totale. Sono conoscenze ed abilità specifiche. Quanto sta sotto appartiene, via via che si scende in profondità, alla sfera più intima della persona, la più preziosa e delicata, più problematica da accompagnare e sviluppare. Vi “abitano” la percezione del proprio ruolo sociale, i valori, i bisogni e le motivazioni, insieme ai tratti di personalità. Nella parte emersa stanno gli elementi propri della razionalità, mentre sotto si trova tutto il resto (l'irrazionalità?). 

Mi sembra utile a questo punto fare riferimento a quanto elaborato in proposito da un poco frequentato filosofo della scienza, Michael Polanyi, alla cui opera hanno attinto a piene mani diversi studiosi delle competenze nelle organizzazioni. 

Un assunto di base che orienta i nostri comportamenti conoscitivi postula il fatto che la conoscenza sia resa possibile dalla separazione fra il soggetto che conosce e l'oggetto della conoscenza. Al contrario, Polanyi ha affermato che gli esseri umani creano conoscenza attraverso l'interazione con gli oggetti, attraverso il coinvolgimento e l'impegno di sé. Ha chiamato questa attività inwelling (dimorare). In altri termini, conoscere qualcosa significa crearne l'immagine o il modello unificando le parti di cui si compone, senza rendersene conto. Per cogliere il modello come qualcosa di unificato e dotato di senso è necessario armonizzare il proprio corpo con questi aspetti. Questa visione rompe la classica opposizione tra mente e corpo, ragione ed emozioni, soggetto che conosce e oggetto conosciuto. L'oggettività conoscitiva non è l'unica fonte della conoscenza, nel caso in questione, della conoscenza connessa all'esercizio più o meno “esperto” della competenza. 

Polanyi applicava la sua riflessione al mondo della conoscenza scientifica, ma ciò che ci ha lasciato coinvolge direttamente il discorso delle competenze, nella loro dimensione più intima. È vero che le competenze fanno appello a conoscenze applicative e ad abilità ben osservabili, ad una conoscenza esplicita. Quanto resta sotto il pelo dell'acqua, nascosto in profondità, quella che è stata chiamata conoscenza tacita, implicita o inespressa, e dimora nel corpo delle persone. Lì viene sentito e percepito, messo alla prova, assaggiato, elaborato e rielaborato, fino a quando non arriva ad essere incorporato, fino a quando cioè non arriva a far parte integrante dell'organismo, per essere replicato nelle attività lavorative, contaminato dall'esperienza e sviluppato, in un processo che attinge direttamente all'esperienza.  

Nelle organizzazioni e nella formazione corrente lo spazio del lavoro sulle competenze è occupato in assoluta prevalenza dalla conoscenza esplicita. Altre dimensioni del conoscere sono ospitate occasionalmente, in stage aziendali o tirocini formativi, quando ci si occupa di organizzare esperienze. E l'organismo delle persone, il loro sentire ed esperire momento per momento ne sono escluse. Eppure lì dimorano le competenze, lì vivono e pulsano nelle attività quotidiane delle persone. 

Spazio e spazi. È una questione di spazi da concepire prima ancora che da organizzare.  

 

1. Lo spazio del corpo. 

Un luogo di comodità, capace di ospitare, senza ostacoli, spigoli e materia dura, la materia dura dei tavoli e delle sedie, dei pavimenti freddi e lucidi di marmo e ceramiche, del lay out. Meglio il legno, caldo e vitale, che viene da altri viventi e che continua a vivere anche dopo gli alberi. Uno spazio per l'espressione di sé, aperto agli sguardi, alle orecchie, capace di ospitare emozioni e sentimenti, aperto al riso e al pianto, che li consenta e li contenga, li accetti e li accompagni a trasformarsi in consapevolezze nuove. Il riso imbarazzato diventa sorriso e risata allegra, il pianto si trasforma in serenità e in occhi trasparenti e ben aperti.

Ospitalità per il movimento: la camminata tranquilla e la danza libera e vitale, ritmata e accompagnata dalla musica, in assenza di giudizi e pretese artistiche, il corpo che si libera dai vincoli del timore e della valutazione nel suo movimento consapevole. 

 

2. Lo spazio della narrazione.

Le storie semplici e personali, narrate attraverso il corpo, e il corpo parla continuamente di sé. E non è il semplice movimento del linguaggio non verbale. Lo cataloghiamo in negativo, come “non” qualcosa. E cosa sia nella sua essenza permanente continua a sfuggire. Mentre ha bisogno di aprirsi e di riprendere il suo posto. Parliamo di linguaggio del corpo, che ha codici propri, non analogici, ma simbolici e relazionali. Relazioni con le persone e con altri corpi, con l'aria e con lo spazio, con il movimento e con la danza. Una narrazione insieme verbale e corporea, di parole e movimenti, di sentire e di emozione.

 

3. Lo spazio dell'ascolto. 

Un ascolto accogliente, fatto di orecchie e di occhi e di “sentire”, di ritmi: quello del cuore e quello del respiro, i ritmi vitali. Più sostenuto quello del cuore, più leggero e disteso quello del respiro. E la musica, che li accompagni con discrezione, senza invadere, a passi leggeri, accompagnando verso sempre possibili scoperte. 

 

4. Lo spazio dell'accoglienza. 

I colori, la luce e l'ombra. Le emozioni umane sono colorate: la vergogna è rossa, come l'ira, la rabbia è verde o nera, come la bile, la tristezza è azzurra e blu, la gioia è l'esplosione del giallo e del rosso, i colori del movimento, la paura è bianca, pallida e livida come la paura... 

La luce è spazio di svelamento, il luogo in cui il corpo si esibisce e viene messo in mostra. L'ombra è lo spazio, che sempre deve essere presente, del nascondersi, il legittimo riserbo della ritrosia a mostrarsi. 

 

Sogni? Sì. Sogni ad occhi aperti e progetti per il futuro.

Nessun progetto parte e si realizza senza sogni che lo sospingano.

 

a cura di Carmine Marmo

Per scaricare il contributo in pdf clicca qui

 

La persona che ha la mania del controllo

è la prima a perdere la propria libertà.

(Fritz Perls)

 

Emozioni e organizzazione, emozioni e lavoro... questioni che raramente entrano in contatto fra loro, se non per esorcizzare le emozioni, anche in questi anni, in cui l'intelligenza emotiva ha conquistato la ribalta con i fortunati best sellers di Daniel Goleman.

La dimensione emotiva viene nella pratica scissa da tutto il resto in base ad uno stereotipo, secondo il quale le emozioni sono fonte di disturbo per la razionalità, via maestra della soluzione di problemi, della gestione manageriale, della motivazione al lavoro ed all'eccellenza.

Siamo davanti ad un cavallo balzano, che va domato e ridotto al servizio della razionalità. Così le emozioni sono qualcosa di strano e indicibile, da tenere sotto controllo, da domare, appunto, e da dominare. Se poi si aggiunge a queste prime e sparse considerazioni il genere, le emozioni non solo si qualificano come proprie del femminile, ma sono catalogate come problema “da femminucce”.

Nell'ultimo film di Paolo Sorrentino, Youth, uno scambio fra i due protagonisti riporta al mondo emotivo. Alla domanda “Hai sempre detto che le emozioni sono sopravvalutate”, l'altro risponde: “è una grande stronzata... le emozioni sono tutto quello che abbiamo...”. Sono tutto quel che abbiamo, sono tutto quel che siamo, forse?

La generalizzazione è ardua, forte, pesante e invadente, e proprio per questo interroga a fondo le pratiche proprie del fare formazione e del fare organizzazione, del lavorare.

 

La consapevolezza del nostro mondo emotivo, o autoconsapevolezza emozionale, è collocata da Marianella Sclavi al vertice del “triangolo magico dell'arte di ascoltare”, in relazione con l'ascolto attivo e la gestione creativa dei conflitti. Le emozioni richiedono ascolto attento e profondo, un ascolto “strabico”, diretto all'interlocutore e, allo stesso tempo, verso l'interno, verso i movimenti interiori, anche solo per coglierne l'esistenza.

Certo, la consapevolezza è importante, centrale. Ma il salto cruciale è quello che va dalla consapevolezza all'integrazione delle emozioni. Integrazione, non controllo o dominio, esercizi sempre evocati o invocati, ma molto dispendiosi, che richiedono una fortissima presenza a se stessi, con uno sforzo che non sembrerebbe esagerato definire inumano.

Integrazione, cioè come le emozioni diventano abitanti esplicite della nostra vita e non episodi, momenti che ci trovano e ci lasciano, meglio se velocemente, ma che possono essere arricchimento personale e benessere della persona e dell'organizzazione. Le organizzazioni e il lavoro sono abitati da emozioni, ricche e ricco di stimoli e, insieme, costrutti mirati e orientati a risultati che non si giocano solo in una dimensione esterna all'individuo, entrando nella sua intimità.

La grammatica delle emozioni ci è spesso incomprensibile e fastidiosa. Le rigettiamo perché non le riconosciamo e le sfuggiamo perché strane e misteriose. Si rinuncia così ad una componente importante delle nostre vite.

 

Dopo la prima formazione, connessa alla esposizione del sapere e dall'esposizione al sapere, e la seconda formazione, scandita dalla costruzione del sapere, dalla metacognizione, dal controllo (forse?) delle nostre capacità cognitive, si approda alla terza formazione, governata dalla ricerca della forma, del dare forma a sé. Così G. P. Quaglino descrive la parabola, ancora non terminata, della sua ricerca pluridecennale nel mondo della formazione. Il percorso verso la terza formazione conosce alcuni passaggi rilevanti, il più rilevante dei quali è il transito dal mondo esterno al mondo interiore e la loro contaminazione, la fecondazione reciproca.

Quale movente per questa ricerca?

Si potrebbero richiamare molti motivi di carattere accademico e speculativo, la necessità di ricercare e costruire novità sul versante dei prodotti formativi e della consulenza organizzativa, oggetti naturalmente da non trascurare. Il discorso sulle emozioni porta invece in direzione di interrogativi che viaggiano ancora più in profondità, domandando del senso del darsi d'attorno per una ricerca di senso del lavoro della formazione.

 

Sembra perciò opportuno e interessante pensare a e proporre momenti di condivisione di riflessioni e sperimentazioni intorno alle “emozioni al lavoro”, le emozioni che lavorano “dentro”, quelle che ci motivano e demotivano al lavoro, quelle che fanno di una organizzazione un posto degno di essere vissuto o che ne fanno una prigione da cui evadere non appena possibile. Alla fine (provvisoria) del discorso, siamo alla continua ricerca di una ipotesi di benessere, da perseguire e inseguire nelle proposte che si fanno alle persone e alle organizzazioni

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